Il bacino del Mediterraneo è classificato dai climatologi come una delle aree più vulnerabili alle variazioni del regime delle precipitazioni su scala globale. L'Italia, per la sua estensione latitudinale e la complessità orografica, concentra in uno spazio limitato una varietà di regimi pluviometrici che va dal clima alpino continentale del Nord alle condizioni semi-aride delle zone interne della Sicilia.
Le serie storiche italiane
Le serie di precipitazione più lunghe disponibili in Italia risalgono alla seconda metà dell'Ottocento. La stazione di Milano Brera dispone di dati continui dal 1763, mentre alcune stazioni liguri e toscane coprono l'intero periodo 1800–2024. L'analisi di queste serie ha permesso di ricostruire le tendenze pluridecennali e di separare la variabilità naturale dai segnali di più lungo periodo.
I dati pubblicati da ISPRA nell'annuario statistico ambientale mostrano che nel periodo 1971–2020 la precipitazione media annua sull'Italia ha subito una riduzione di circa 3,5% per decennio nelle regioni meridionali, mentre nelle regioni alpine la tendenza è meno uniforme, con aumenti nelle precipitazioni invernali in alcune aree.
Variazioni nella distribuzione temporale
Una delle tendenze più documentate è la redistribuzione temporale delle precipitazioni: non solo cambia il totale annuo, ma cambia la struttura degli eventi. Gli studi del CNR-ISAC mostrano che nelle ultime tre decadi si è ridotto il numero di giorni piovosi annui, mentre sono aumentati gli eventi ad alta intensità. In pratica, piove meno spesso ma più intensamente.
Precipitazioni estreme e alluvioni
L'aumento della frequenza e dell'intensità degli eventi estremi è la trasformazione con le ricadute più dirette sul territorio. La ricerca pubblicata nel 2023 da Allamano, Claps e Laio su Geophysical Research Letters analizza le serie di massimi giornalieri di precipitazione di 200 stazioni italiane nel periodo 1951–2020, rilevando un aumento statisticamente significativo dei valori estremi nelle aree tirreniche e nelle zone prealpine del nordest.
Il Veneto e la Liguria emergono come le aree con la tendenza più marcata. In Liguria, eventi con precipitazioni superiori a 200 mm in 24 ore erano storicamente rari; negli ultimi dieci anni si sono verificati con frequenza quasi annuale. Le frane e le esondazioni associate a questi eventi hanno spinto le ARPA regionali ad abbassare le soglie di allerta e ad aumentare la densità dei pluviometri nelle aree critiche.
Il ruolo della temperatura del mare
La temperatura superficiale del Mar Mediterraneo è aumentata di circa 1,4°C nel periodo 1982–2023, secondo le elaborazioni dei dati satellitari di CMEMS (Copernicus Marine Environment Monitoring Service). Acque più calde forniscono maggiore energia ai sistemi convettivi che si formano sul bacino, amplificando l'intensità dei temporali che colpiscono le coste italiane in autunno.
I cosiddetti "medicane" — cicloni di origine mediterranea con caratteristiche semi-tropicali — sono oggetto di studio crescente. Sebbene la loro frequenza non mostri variazioni significative nelle serie storiche, alcuni studi recenti suggeriscono che in condizioni di temperatura del mare più elevata la loro intensità massima tende ad aumentare. L'episodio del ciclone Daniel nel settembre 2023, che ha prodotto precipitazioni eccezionali in Grecia e Libia, ha riaperto il dibattito sull'intensificazione di questi sistemi nel Mediterraneo orientale.
Siccità e deficit idrico
La faccia opposta degli eventi estremi è la siccità. L'ISPRA calcola l'indice PDSI (Palmer Drought Severity Index) su base mensile per le diverse regioni italiane dal 1961. L'analisi mostra che nelle regioni meridionali e insulari la frequenza dei periodi con deficit idrico moderato o grave è aumentata dal decennio 1991–2000 in poi, con un'accelerazione nell'ultimo decennio.
La Sicilia, la Calabria e la Basilicata sono le regioni con i valori medi di PDSI più negativi. La siccità del 2021–2022, che ha ridotto drasticamente i livelli degli invasi siciliani e pugliesi, è stata classificata dagli esperti come un evento con periodo di ritorno stimato intorno ai 30–50 anni, un valore che le serie storiche precedenti consideravano eccezionale ma che le proiezioni climatiche indicano come sempre più frequente.
Metodologie di ricerca e prospettive
Lo studio dei cambiamenti nelle precipitazioni italiane si avvale di tre filoni principali: l'analisi statistica delle serie storiche osservate, la comparazione con le simulazioni dei modelli climatici regionali (RCM) come quelle prodotte nel quadro del progetto EURO-CORDEX, e i metodi di attribuzione che quantificano il contributo delle variazioni climatiche di lungo periodo a singoli eventi estremi.
Il progetto CLIMAWARE, coordinato dal CNR-ISAC e finanziato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, prevede la produzione di scenari aggiornati per le precipitazioni italiane al 2050 e al 2100 con risoluzione spaziale di 3 km, un passo significativo rispetto ai modelli globali con risoluzione di 100 km usati nei rapporti IPCC. I risultati preliminari, presentati nel 2024 al convegno nazionale di meteorologia, confermano le tendenze all'intensificazione degli eventi estremi in autunno e l'allungamento dei periodi secchi estivi nelle regioni meridionali.